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Il colore che suona dentro di noi (2014)

Le tradizioni più antiche dell’umanità ci dicono che gli artisti hanno una connessione con un mondo che non vediamo.
Il mondo dell’aldilà, il mondo dei sogni, il mondo del sé interiore, non importa quale nome gli diamo, è un mondo misterioso e pieno di simboli, del quale gli artisti possiedono la chiave per entrare, percorrerlo e servirsene per portarci un fugace, ma intenso, sguardo.
Gli sciamani siberiani accedono questo mondo dolorosamente; gli artisti orientali lo fanno attraverso la meditazione; gli artisti della nostra tradizione occidentale lo fanno attraverso molti mezzi. Uno di questi è l’ascolto della musica.
In un processo in cui non vi è separazione tra la musica che suona costantemente dentro di sé, la musica che ascolta e la musica che scaturisce dai suoi pennelli, Guido Boletti ricrea, dispone e organizza in modo intuitivo, i colori e le linee come note e accordi, contrasti come bemolle e diesis. È una melodia che emerge da un tema principale e che via via va si arricchendo, come un improvvisazione jazz.
La differenza tra un suo dipinto e la musica è che la melodia ha una durata nella sua fruizione, il dipinto no. Il dipinto è come una melodia congelata, ma che, paradossalmente, non perde slancio. Siamo in grado di vedere la danza di colori e linee sulla tela per il tempo che possiamo, o vogliamo, senza finale e nemmeno inizio. Una composizione musicale in continuo da capo.
Sarebbe ovvio fare il paragone di Boletti con Kandinsky, il primo artista occidentale a proporre l’arte astratta, giustamente partendo dalla musica, facendo analogie tra elementi visivi e musicali. Ma per Boletti, non ci sono confini precisi tra figurazione – quello che si vuole evocare dal mondo delle forme – e astrazione – ciò che si vuole evocare dal mondo dei sensi e/o dei concetti, attraverso elementi visuali puri. Egli si avvale di entrambi i mezzi nei suoi dipinti, armoniosamente, per raggiungere un’altra sfera di godimento. Come in una composizione musicale con melodia (astrazione – elementi puri) e testo (figurazione – forme).
Il mondo che l’artista evoca – il mondo dei sogni, il mondo del sé interiore, il mondo della vita dopo la morte – non si può fissare, non si può rinchiudere alla concettualizzazione precisa e nemmeno a movimenti. Si è tentati di chiamarlo surrealista. Tuttavia, così facendo, imprigioneremmo la sua arte in una camicia di forza che ne pregiudicherebbe la nostra fruizione, inserendolo in un piccolo recinto, stretto, in cui i muri sono luoghi comuni e il filo spinato sono idee preconfezionate.
È meglio che lasciamo risuonare la libertà della musica su ogni lavoro di Guido Boletti. Sia che, il compositore/pittore, abbia provato allegria, malinconia, gratitudine, durante la composizione di queste canzoni a colori, lasciamo che la melodia vibri dentro di noi, prendendo possesso di queste note. Solo allora lo scopo dell’artista, fare pittura-musica, sarà raggiunto, completando dentro di noi l’opera e andando oltre della semplice tinta depositata su ogni tela.

Fábio San Juan | Critico e Curatore

L’ultima fase della pittura di Boletti (critica per una esposizione del 2009 a San Paolo)

L’ultima fase della pittura di Boletti

Insondabili sono le trappole dei cammini intrapresi da un artista verso la maturazione! Più o meno da due decenni, dal momento in cui le inclinazioni artistiche iniziarono ad assumere, nella preferenza del pittore Guido Boletti, la condizione di lingua più importante e conveniente, a scapito di altre, come la musica. Da allora egli viene disputando una sfida personale nella costante ricerca di una purificazione stilistica e nello sforzo di filtrare il succo e la sintesi delle influenze avute – e qui mi riferisco in particolare a Klee, Kandinsky e Mirò – fino a che, dopo molte schermaglie con le trappole cui accennavo, questo incorreggibile inventore di simboli giunge a una fase in cui, dalla figurazione un poco esoterica sino al superamento astratto del proprio tema, riesce ad ottenere, in modo splendido, una propria lingua matura nella sua formalizzazione e nella sua portata.

Questa fase si rivela nel complesso dei lavori riuniti in questa esposizione, dei quali, a seguire, ne descriveremo alcuni. Don Chisciotte sembra più una figura galattica che parte da una spirale minore verso un’altra gigantesca (le galassie non sono molto spesso a spirale?) portando sulla sua armatura una lingua enigmaticamente cifrata, quasi a chiedere all’universo un po’ più di candore e di non violenza (non per nulla che Guido ha un quadro ben anteriore che si intitola “Canzone per la pace, canzone per noi”). A parte il cavaliere e il suo destriero con la criniera fiammeggiante, ci resta la codificazione per astrazione riferita forse ad un sogno impossibile da raggiungere, a un’utopia. Null’altro sarebbe il messaggio del”cavalo fogueira”, con la differenza che la sua funzione, piuttosto che in uno spazio aleatorio, si verifica qui ed ora. Avanza nei cieli, come un Pegaso senza ali, portando sul corpo lo stesso appello di pace e poesia di cifrato, che abbiamo visto in Don Chisciotte, solo che la città a distanza, addormentata nel profondo della notte blu, non ha ancora abbastanza saggezza per capirlo (parlano per me le minacce cui l’avidità degli uomini sta assoggettando l’atmosfera ed altre cosucce di avanzo). La sintesi universalista è tanto eclatante che le spirali qui abbondano in oltre due decine!

Pertanto, passando da “Levarei a musica até voce” “un piano, una notte, una calda musica” ed altre tanto liriche e sognanti, come suole essere l’anima di questo artista, arriviamo a “Il tempio di Iara” e “Giovane sciamano”, che mi appaiono come un trampolino da cui pittore e immaginazione si apprestano a dare un grande salto. Dico questo perché queste due tele mi sembrano un vero colpo, un incontro, una apertura verso un nuovo universo, che ora comincia ad accadere.
Nel primo la figura di Iara, capelli al vento, una vera e propria maschera, e il suo tempio la cui copertura sembra un enorme tegola, sono gli unici riferimenti ancora percepibili della nostra esperienza visiva, il resto è un intricato simbolismo, le cui unità sono convenientemente sparse attraverso lo spazio, come se fossero la realizzazione di una partitura musicale divina, che ci vuole raggiungere, venendo dal più profondo dei tempi. In “Giovane sciamano”, Guido si spinge un poco più nella direzione di un universo astrattista. Il giovane, qualcosa di simile a un adolescente greco, praticamente l’unica figura riconoscibile in tutto il contesto, chiude gli occhi e, profondamente concentrato, aspira il profumo dei fiori sotto di lui per poi, a pieni polmoni, spargerlo all’intero universo, come una benedizione di bellezza.

Così si chiude l’ultima fase dell’arte di Guido Boletti, straripante in questi straordinari dipinti, nei quali il richiamo alla sua esperienza musicale anteriore, di quando ancora si sentiva solo musicista, si fa così evidente, che sono portato a chiedere: Pittura? Musica? Pittura musicata? Musica dipinta? Non lo so. So soltanto che il nostro artista ha trovato un modo inaudito di essere al tempo stesso musicista e pittore, estraendo da queste arti, senza tradire nessuna delle due, l’essenziale e sostanziale per la costruzione di un linguaggio universale e divino. Da quanto sopra, qualcuno potrebbe supporre che per l’artista, la situazione è diventata più facile, una volta trovata la formula è solo sfruttarla.
Ma lungi dall’esser così, sappiamo che, dove c’è depurazione le trappole si fanno più grandi e ben più severe, esigendo di più dall’artista, pertanto le sue preoccupazioni ora cambieranno asse portante, dove tutto in sé diverrà novità. E la battaglia continua …

Pierre Santos – Critico, Membro della ABCA e l’AICA