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Guido Boletti (1994)

Chi s’accinge a scrivere sull’arte figurativa s’accorge, al di là dell’occasione più o meno impegnativa o estensiva che le proposizioni del critico o dello storico sono ricche di termini e concetti desunti dal lessico musicale. Peraltro questa necessità d’uso anziché evidenziare la difficoltà di spiegare l’arte figurativa alla quale s’aggiunge la mancanza di una terminologia specifica mette in risalto le affinità tra l’espressione figurativa e quella musicale.

Sostantivi quali “armonia”, “composizione”, “tonalità” , e altri tornano spesso nelle prefazioni ai cataloghi, nei saggi e negli studi dedicati ai pittori, soprattutto nei casi in cui ci si trova di fronte a pittore che manifestano più di una semplice dimestichezza con qualche strumento musicale; quegli artisti cioè nella cui opera è lecito sospettare, se non è ampiamente dimostrato come spesso capita, un interscambio tra esperienza musicale e quella figurativa. Forse, non è il caso di risalire esemplarmente al proverbiale violino di Ingres o più addietro(anche Leonardo, pare, fu assai interessato agli strumenti musicali).

Piuttosto vale la pena di citare, a proposito di Guido Boletti, Paul Klee e Wassily Kandinskij, poiché risonanze dell’osservazione dei dipinti di questi due maestri si ritrovano nei lavori del giovane lodigiano. La musica, dopo essere concepita, prima di essere eseguita, va scritta, (salvo – è ovvio- quella che s’improvvisa) la pittura, invece, è soltanto eseguita conseguentemente all’esser concepita. Ciò non serve a stabilire eventuali, quanto improbabili, superiorità di un’arte sull’altra, ma invece a chiarire differenze fattuali che presiedono alla realizzazione dall’immagine musicale o figurale.

Non voglio giustificare il fatto che Boletti sia insieme musicista e pittore. La sua musica gioca un ruolo fondamentale nella sua arte, la struttura cromatica delle sue immagine perfettamente “contrappuntata”, priva di squilibri, e il “ritmo” dei suoi segni ha “cadenze” ben equilibrate e spazialmente distribuite secondo una gestualità veloce e spontanea, come mi rammenta la simpatia del giovane pittore per la musica jazz. Le sue immagini che si presentano costruttivamente frammentarie, l’impiego simultaneo di tecniche e strumenti vari, rendono una pittura che appare subito spontaneista e disinibita, emozionata e contratta, concitata. Si assiste, è evidente, a una pittura di necessità, urgente e di sopravvivenza.

La concezione formale di ciascuna opera pittorica di Boletti prenda le mosse da un nucleo centrale dilagando vero l’attorno, e come potrebbe allargarsi all’infinito, mantenendo la medesima struttura. Se le sue immagini possono ricordare il graffitismo selvaggio dei primi scorridori metropolitani, è soprattutto l’essenza visionaria della sua figurazione che ci cattura, arte che a tratti assume chiari segni propiziatori, rituali, scaramantici e d’autoanalisi psicanalitica, spesso sconosciuti all’artista stesso.

Renzo Margonari

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