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L’ultima fase della pittura di Boletti (critica per una esposizione del 2009 a San Paolo)

L’ultima fase della pittura di Boletti

Insondabili sono le trappole dei cammini intrapresi da un artista verso la maturazione! Più o meno da due decenni, dal momento in cui le inclinazioni artistiche iniziarono ad assumere, nella preferenza del pittore Guido Boletti, la condizione di lingua più importante e conveniente, a scapito di altre, come la musica. Da allora egli viene disputando una sfida personale nella costante ricerca di una purificazione stilistica e nello sforzo di filtrare il succo e la sintesi delle influenze avute – e qui mi riferisco in particolare a Klee, Kandinsky e Mirò – fino a che, dopo molte schermaglie con le trappole cui accennavo, questo incorreggibile inventore di simboli giunge a una fase in cui, dalla figurazione un poco esoterica sino al superamento astratto del proprio tema, riesce ad ottenere, in modo splendido, una propria lingua matura nella sua formalizzazione e nella sua portata.

Questa fase si rivela nel complesso dei lavori riuniti in questa esposizione, dei quali, a seguire, ne descriveremo alcuni. Don Chisciotte sembra più una figura galattica che parte da una spirale minore verso un’altra gigantesca (le galassie non sono molto spesso a spirale?) portando sulla sua armatura una lingua enigmaticamente cifrata, quasi a chiedere all’universo un po’ più di candore e di non violenza (non per nulla che Guido ha un quadro ben anteriore che si intitola “Canzone per la pace, canzone per noi”). A parte il cavaliere e il suo destriero con la criniera fiammeggiante, ci resta la codificazione per astrazione riferita forse ad un sogno impossibile da raggiungere, a un’utopia. Null’altro sarebbe il messaggio del”cavalo fogueira”, con la differenza che la sua funzione, piuttosto che in uno spazio aleatorio, si verifica qui ed ora. Avanza nei cieli, come un Pegaso senza ali, portando sul corpo lo stesso appello di pace e poesia di cifrato, che abbiamo visto in Don Chisciotte, solo che la città a distanza, addormentata nel profondo della notte blu, non ha ancora abbastanza saggezza per capirlo (parlano per me le minacce cui l’avidità degli uomini sta assoggettando l’atmosfera ed altre cosucce di avanzo). La sintesi universalista è tanto eclatante che le spirali qui abbondano in oltre due decine!

Pertanto, passando da “Levarei a musica até voce” “un piano, una notte, una calda musica” ed altre tanto liriche e sognanti, come suole essere l’anima di questo artista, arriviamo a “Il tempio di Iara” e “Giovane sciamano”, che mi appaiono come un trampolino da cui pittore e immaginazione si apprestano a dare un grande salto. Dico questo perché queste due tele mi sembrano un vero colpo, un incontro, una apertura verso un nuovo universo, che ora comincia ad accadere.
Nel primo la figura di Iara, capelli al vento, una vera e propria maschera, e il suo tempio la cui copertura sembra un enorme tegola, sono gli unici riferimenti ancora percepibili della nostra esperienza visiva, il resto è un intricato simbolismo, le cui unità sono convenientemente sparse attraverso lo spazio, come se fossero la realizzazione di una partitura musicale divina, che ci vuole raggiungere, venendo dal più profondo dei tempi. In “Giovane sciamano”, Guido si spinge un poco più nella direzione di un universo astrattista. Il giovane, qualcosa di simile a un adolescente greco, praticamente l’unica figura riconoscibile in tutto il contesto, chiude gli occhi e, profondamente concentrato, aspira il profumo dei fiori sotto di lui per poi, a pieni polmoni, spargerlo all’intero universo, come una benedizione di bellezza.

Così si chiude l’ultima fase dell’arte di Guido Boletti, straripante in questi straordinari dipinti, nei quali il richiamo alla sua esperienza musicale anteriore, di quando ancora si sentiva solo musicista, si fa così evidente, che sono portato a chiedere: Pittura? Musica? Pittura musicata? Musica dipinta? Non lo so. So soltanto che il nostro artista ha trovato un modo inaudito di essere al tempo stesso musicista e pittore, estraendo da queste arti, senza tradire nessuna delle due, l’essenziale e sostanziale per la costruzione di un linguaggio universale e divino. Da quanto sopra, qualcuno potrebbe supporre che per l’artista, la situazione è diventata più facile, una volta trovata la formula è solo sfruttarla.
Ma lungi dall’esser così, sappiamo che, dove c’è depurazione le trappole si fanno più grandi e ben più severe, esigendo di più dall’artista, pertanto le sue preoccupazioni ora cambieranno asse portante, dove tutto in sé diverrà novità. E la battaglia continua …

Pierre Santos – Critico, Membro della ABCA e l’AICA

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